10 buoni motivi per sostenere il riscaldamento globale

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Tra le tante problematiche che affliggono questo secolo, ve ne è una che desta particolari attenzioni: il riscaldamento globale. Gli scienziati e il popolo anche meno scientifico ovviamente ne sono al corrente e fanno di tutto per risolvere questo grave problema (tranne animalisti e vegani¹ a cui non può fregare nulla del destino dell’uomo). Ma una buona fetta del pianeta -dotata di intelligenza sopraffine- afferma che questa sia una notizia falsa e si tratti dunque di falso allarmismo: il riscaldamento globale è “solo” un teoria, non esiste, bufala, governo ladro. Ma in fondo han ragione: di che ci stiamo preoccupando?
Da bravi ottimisti quali Renzi ci dice di essere, ci buttiamo e cerchiamo di trovare qualche lato positivo del riscaldamento globale.

  1. L’inverno è una stagione così triste. Che male c’è ad avere un’estate eterna? Solo sessioni estive, pensate. Natale in spiaggia, Pasqua in spiaggia, si viaggia leggeri per andare in montagna dove la neve non esiste e in compenso ci sono bellissime rocce. A che ci serve la neve? Mettiamo pure lì la sabbia.
    Poi che belli i mezzi pubblici, con quell’odore di caldo.
    Inoltre lo shopping non sarà più un problema: i cambi di stagione non saranno più una valida scusa.
  2. Scaldare il cibo nel microonde è uno spreco di energia elettrica, idem per quanto riguarda il forno. Perché sprecare energie quando possiamo mettere la nostra pizza surgelata fuori dalla finestra e averla pronta in cinque minuti?
    Dunque come Hugo nel cartone Disney Il gobbo di Notre Dame si fa uno spiedo con l’aria di Parigi in fiamme, così noi tra qualche decennio potremo farci delle perfette grigliate usando le inferriate alle finestre.
  3. Gli asociali saranno ben lieti di non sentirsi costretti a cercare calore umano, poiché il calore li circonderà circa 24 ore su 24. Che schifo gli umani, evviva il surriscaldamento globale.
  4. Le ragazze potranno usare il termine “Mi sento focosa” senza essere prese per poco di buono e “Mi fai sciogliere il cuore” sarà una diagnosi.
  5. La sauna te la puoi fare in giardino. Basta che ti porti un secchio d’acqua e una sdraio e attendi cinque minuti. Nel frattempo puoi mangiarti la pizza che hai lasciato sulla finestra, se nel frattempo non si è bruciata.
  6. La crisi economica verrebbe meno: le aziende di climatizzatori e creme solari farebbero soldi a palate, per non parlare dei dermatologi e dei parchi acquatici. Se rimarrà dell’acqua da utilizzare e non evapora troppo in fretta.
  7. Senza ghiaccio, scopriremo finalmente cosa c’è sotto l’Antartide. E poi a che servono i pinguini, a parte come camerieri in Marry Poppins?²
  8. Senza ghiaccio, il circolo polare artico sarebbe libero: niente orsi polari, niente GreenPeace e via con le trivellazioni a destra e manca. Riparte anche il mercato petrolifero, le guerre e il mercato d’armi. L’economia riprende alla grande. Inoltre continueremmo a consumare combustibili fossili, aumentando ancora di più gli effetti del surriscaldamento e facendo girare soldi a palate.
  9. E’ una buona scusa per far spogliare una ragazza in camera tua.
  10. Nel caso tu sia vergine e non abbia molto successo con le ragazze, consolati, almeno un buco in vita tua l’avrai visto evolvere davanti ai tuoi occhi: quello nell’ozono.

Perciò quando ne avete occasione cercate di aumentare gli effetti del riscaldamento globale: accendete l’auto e lasciatela lì per qualche ora e usatela per andare a comprare le sigarette a 50 metri da casa vostra; usate spray all’aperto per allargare il buco nell’ozono; usate energia anche se non vi serve, scaldate, accendete il termosifone e il climatizzatore contemporaneamente (magari riuscite a creare un tornado in casa vostra); bruciate i rifiuti e smettetela di fare la differenziata. E tutto questo potrà essere vostro al modico prezzo di 5 °C all’anno.

Stefano Migliorati

¹) Vorrei far notare che Google Chrome mi segna la parola vegano con il rosso, il che significa che la parola è riconosciuta all’incirca quanto petaloso. I vegani per Google Chrome non esistono.
²) Mi sento in dovere di precisare che nessun pinguino è stato maltrattato per le riprese di Marry Poppins. Al massimo ci penseranno i cambiamenti climatici.

E tu come guardi un’opera d’arte

Di recente sono stato alla Mostra “La bellezza ritrovata. Caravaggio, Rubens, Perugino, Lotto e altri 140 capolavori restaurati” a cui è dedicata la diciassettesima edizione di “Restituzioni”, iniziativa con cadenza biennale portata avanti da una fondazione, di cui non farò il nome, che opera nel settore di Arte e Cultura e che si occupa anche della cura di opere appartenenti al patrimonio pubblico e privato. Già dal titolo si capisce che la sequenza espositiva non dura proprio due minuti, ma si sa, le mostre vanno percorse e ripercorse, vissute e a volte anche sofferte, sia per la forza che esprimono certe opere che riescono a trasmettere picchi di emozioni contrastanti sia per il più semplice mal di schiena che alla settima sala si fa sentire come fosse un’urlo munchiano.

Entrando nella sala principale subito il contesto Ottocentesco prende il sopravvento, una luce naturale proveniente dalle vetrate sul soffitto invade ogni cosa, le piastrelle a fantasia ondulata, le persone in visita, le opere esposte, tutto pare cullato da un’atmosfera d’altri tempi e anche il solito anziano che, di fronte al “Cavaliere Marafioti”, statua in terracotta del V secolo a.C. custodita solitamente a Reggio Calabria, pare preso da una visione mistica oppure più semplicemente da una paresi temporanea che da li a poco terminerà, si spera.

Insomma, già dalla primissima sala di questa ritrovata esposizione si può assaporare qualcosa di particolare, saranno le opere di varia provenienza e natura, il contesto antico e pregno di significato storico, ma la visita promette bene.

Ora vi trovate dunque a poter passeggiare fra un dipinto del Caravaggio, una statua di culto egizia, la “Madonna di Castelli”, un’armatura giapponese, “Il Cristo risorto” di Rubens, “Adorazione del bambino” di Lotto e altre opere restaurate che non vi spoileerò. Il percorso prosegue per un’altra parte della struttura; si entra in quella che dai curatori è stato chiamata il “cantiere del 900” e ne è la seconda esposizione.

Qui vi voglio, perché ci si sbizzarrisce, senza abbandonarsi alle solite e quanto autoaccreditanti critiche dicendo “questo non è arte”, “questo è un capolavoro”, l’immancabile falegname che con 30mila lire lo faceva meglio e il provolone che vuole fare colpo sulla ragazza sostenendo che il “taglio sulla tela” l’ha fatto Edward mani di forbice (è accaduto davvero), ecco il mio consiglio: voi entrate pure in questa stanza, osservate scrutate, memorizzate e cercate di capire i significati delle opere, ma SENZA leggere nè autore, nè titolo, nè descrizione alcuna, così, al buio, o per meglio dire, privi di influenze esterne. Solo cosi potrete sapere o intuire cosa potreste apprezzare davvero di un’opera oppure detestare tanto quanto quel compagno di classe che avevate alle superiori e che ricorda ogni maledetta volta alla prof. che c’erano compiti da fare, mannaggia a lui e che gli venisse ora lo squaraus!

Bene. Ora fate un’altra cosa, una sorta di prova del nove, anzi, del tredici, come il numero delle sezioni che compongono la parte dell’esposizione chiamata “Da Canova a Boccioni”. “Bomba!” ho pensato quando l’ho letto. Il percorso si snoda all’interno di Palazzo Antona Traversi, Palazzo Brentani, Casa Manzoni e nel palazzo sede storica della di una nota Banca Commerciale di piu recente restauro, il quale è avvenuto col contributo dell’architetto Piero Portaluppi, che ebbe grandi liberta e conseguenti meriti nella costruzione di Villa Necchi Campiglio a Milano, splendido luogo oggi proprietà del FAI, negli anni ’30. Finito l’escursus storico, promesso.

Provate a percorrere questa vasta sezione, se vi state rompendo potete anche uscire, non è un problema, solo che se vi ci ha portato la vostra ragazza e ora vi lamentate, l’unica cosa che posso assicurarvi è che “stasera ‘un ve la pigiate mica”.

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Provate a seguire tutta la sezione, qui sì, leggete i nomi, le date, guardate come sono stese le pennellate, i colori granulosi, quelli viscidi, i chiaroscuri, guardate e “assorbite” più che potere, magari non per osmosi che se provate a spanzarvi su una tela vi cacciano a calci in cuculo. Visto tutto? I bassorilievi del Canova, i Foscari di Hayez, il paesaggio di Tavernier, la Milano di Canella e Inganni, le scene dei fratelli Induno, il piccolo scorcio di Mosè Bianchi; io mi sono perso li dentro, ho fatto avanti e indietro non so quante volte e non bastava mai.

Dopo esservi autosomministrati la parte Ottocentesca, provate a tornare in quella che io ho soprannominato “officina” invece di “cantiere”, e riosservate le opere, leggete pure gli artisti e quant’altro; sono certo che l’effetto sarà quantomeno diverso dal solito saturo guardare incessante, ricolmo di nomi, magari mai sentiti prima e che scompaiono dalla mante qualche  istanti dopo averli letti e aver esclamato “e questo da dove arriva, dal Wyoming?”.

L’ho soprannominata officina perché ricordo che mio nonno quando ero piccolo andava sempre nella sua, da solo, e lavorava, cosi anche lo spettatore della mostra può osservare, da solo, ogni opera e “lavorare” con la mente, indisturbato si spera.

Se non altro è un metodo di visione artistica diverso dai convenzionali; piu soggettivo, sì, ma alla fine dei conti è l’individuo che conta e il pensiero che lo pervade nell’istante in cui vede l’opera. Si parla tanto di emozioni che deve provocare un qualcosa di artistico, che poi Schermata 2016-05-06 alle 12.15.08di artistico c’e tutto e niente, come c’e forma e colore, separatezza e mescolanza. Un’unica cosa rimane intoccabile, l’inconscio piacere umano alla visione, priva di preventive informazioni, di ciò che ha di fronte.

Di questa sala io ho apprezzato in particolar modo “La coppia” del 1970 di Fausto Melotti e “La luna e Venezia” del 1961 di Lucio Fontana.

 

E alla fine l’unica cosa che mi sono chiesto sapete qual è?

Ma il vecchietto all’inizio sarà ancora paralizzato?!

 

Author Box Matteo Costa

L’amore (e non solo) ai tempi della meccanica quantistica

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La meccanica quantistica è il ramo della fisica ancora meno compreso agli iniziati e non. La matematica di per sé non è il vero problema (o meglio, non lo è per gli iniziati) ma lo sono i concetti altamente assurdi. Questo è ciò che però si può notare solo a livello microscopico: infatti nella vita quotidiana macroscopica di tutti i giorni difficilmente vedremmo oggetti oltrepassare pareti senza perforarle oppure rileveremmo con precisione sufficiente solo velocità o la posizione. Insomma, il nostro mondo quassù funziona in modo abbastanza deterministico: date delle condizioni iniziali, posso determinare l’evoluzione temporale del mio sistema in modo abbastanza preciso.
A quanto pare l’introduzione dei social network nella nostra vita quotidiana ha provocato uno scossone nella “normalità” di tutti i giorni e ci ha ricondotti a dei fenomeni tipici della meccanica quantistica, in particolare (com’è ovvio intuire) nelle relazioni sociali. Da qui si è formato un nuovo ambito di studi detto interazione sociale quantistica. Tra le previsioni di questo modello decisamente si può notare uno stretto legame coi principi della meccanica quantistica. Andiamo dunque a vedere quali sono questi fenomeni:

1. AMORE QUANTISTICO: data una relazione amorosa tra i soggetti A e B, questa viene ad esistere, se osservata pubblicamente da più di un osservatore, in uno stato ben definito tra i vari stati possibili. Se invece non viene pubblicamente mostrata, allora la relazione non esiste o esiste sotto forma di più stati mescolati tra loro, rendendo impossibile determinare che interazione sociale è presente tra A e B. 
Questo è sommariamente l’enunciato principale e detto in parole povere se non pubblichi almeno una foto su Facebook in cui sei insieme al tuo “unico e vero amore” allora la relazione non esiste perché per esistere ed essere ben definita tutti devono essere in grado di osservarla e stabilire con certezza in quale stato sentimentale cade. Ovviamente ci sono variazioni e conseguenze di questo principio. Per esempio se la foto la pubblichi non solo su Facebook ma anche su Instagram, Twitter, Tumblr, Blog, Sito Web in cui ti spacci per una lavoratrice seria (Fashion Blogger al solito) allora questo determinerà un maggior numero di osservatori e di conseguenza una relazione ancor meglio definita.
Vale un corollario che afferma che se i soggetti a cui le foto o le frasi scritte su un social network sono riferite non sono ben definiti, un qualsiasi soggetto che abbia un’interazione di qualunque tipo con il soggetto in questione ha una minima probabilità di essere coinvolto, in uno stato o nell’altro. Gli stati possibili in cui ci si può trovare sono la friendzone, la cornificazione e la normale relazione.

2. SALUTE QUANTISTICA: dato un malore in un soggetto A di qualunque tipo e gravità, esso esiste se e solo se sotto l’osservazione del maggior numero di osservatori possibili; in caso contrario cessa di esistere come stato di salute definito e ci si trova in un miscuglio di stati di salute possibili.
Dunque se siete al pronto soccorso e non fotografate e documentate il vostro stato di salute, esso cessa di esistere e potresti essere sia malato che sano che vivo che morto. Inoltre vale la proprietà del caso precedente: ad un maggior numero di social network in cui la pubblicate, corrisponde un maggior numero di osservatori e quindi uno stato di salute ben definito.

3. ATTIVITÀ QUANTISTICHE: se stai svolgendo una qualunque attività con degli amici (giocando a monopoli, partitona a scarabeo, osservando il pulviscolo atmosferico mentre sorseggi vodka citando Nietzsche,…) questa esisterà per sempre nei tuoi ricordi se e solo se avrai un numero sufficiente di osservatori che ne è partecipe in tutto il globo. Dunque che tu stia passeggiando in tangenziale, specchiandoti per la centesima volta in bagno oppure facendo finta di essere ubriaco/sballato, questo evento non può dirsi accaduto se non vi è testimonianza indiretta tramite foto e commenti di almeno 100 persone all’infuori del soggetto in analisi.

Tutto ciò comporta conseguenze di altro genere. Per esempio, come facciamo a sapere che effettivamente nel 1492 Colombo ha trovato per caso il continente americano? Non ci sono foto né commenti sui social che lo confermino, il che è strano.
Come sappiamo che è stato proprio Leonardo Da Vinci a scrivere e inventare tutte quelle cose? C’è forse una sua pagina su Facebook in cui scrisse qualcosa a riguardo?
Galileo e l’inquisizione? Giovanna D’Arco? Ci sono forse Fan che possano dimostrare quanto accaduto e che abbiano messo ‘mi piace’ al suo stato “Questa notte mi sento accaldata”? No. Dunque sono mai accaduti tali eventi storici? Ovviamente no, secondo le interazioni sociali quantistiche.
Se pensiamo invece a eventi come lo sbarco in Normandia o alla bomba atomica su Hiroshima esistono foto e video. Però nessuno li ha commentati e condivisi sul momento dell’accaduto. Dunque la loro veridicità non sussiste a pieno.

Quindi ciò che possiamo imparare dall’errore degli antichi di non avere un profilo su una piattaforma social è di averne uno noi e condividere e pubblicare e far vedere che esistiamo e viviamo e solo così potremo dimostrare di aver vissuto davvero. D’altronde lo stesso Socrate sul suo profilo Prosopobiblio* scrisse “Raga’, stasera festino a base di cicuta. Fatale!”.

Stefano Migliorati

*) Per gli ignoranti di Greco come me, è un tentativo di tradurre Facebook in greco antico. Mi scuso con chi avesse fatto il liceo classico e ringrazio la persona che mi ha risolto il dilemma (non è farina del mio sacco insomma).

Le 10 frasi per rimorchiare con le bufale e i complotti

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Questa coppia avrà certamente un futuro. Un abbraccio, Adam.

La scienza è conoscenza, è capire l’universo, è comprendere tutti i fenomeni della natura…tranne uno. Perché puoi sapere quante cose vuoi in ambito scientifico, ma con quelle si rimorchia ben poco (consiglio spassionato: Andare a fi(si)ca: le frasi da non utilizzare per rimorchiare) poiché nessun rimorchio è cominciato con: “Sai, ti ho vista è ho pensato subito alla conservazione dell’energia in un sistema isolato: io energia cinetica e tu energia potenziale. Vogliamo trasformare tutto in energia cinetica da qualche altra parte?”. Diciamo che al punto subito dopo “conservazione dell’energia” quella si era già voltata a cercare un “vero uomo” secondo le indicazioni della ormai esperta di tutto Selvaggia Lucarelli (se vi incuriosisce, guardatevi il suo re-post di San Valentino, “a grande richiesta”).
La questione si fa differente quando si usano le bufale per rimorchiare. In effetti queste offrono molti più spunti, non richiedono dimostrazioni (sono pseudoscienze ma nessuno lo sa) e se incrociate lo sguardo di una complottara, allora bastano un paio di osservazioni tattiche e state tranquilli che il rimorchio è assicurato. Ecco dunque una serie di frasi per rimorchiare grazie alle bufale e ai complotti:

  1. “Hai degli occhi azzurri come il cielo d’inverno senza scie chimiche. Maledetto governo che rovina i tuoi occhi”.
  2. “Per me tu sei una cura senza effetti collaterali, come l’omeopatia”.
  3. “Ehi, hanno appena irrorato qualcosa nell’aria! A casa mia la mia camera da letto è schermata e isolata! Presto, seguimi!”.
  4. “Facciamo un gioco erotico: io faccio il cittadino ignaro e tu il Nuovo Ordine Mondiale che fa cose assurde per mettermelo nel…”.
  5. “Ti porterò via con me, come un vero alieno grigio o un rettiliano”.
  6. “Illumini le mie giornate come Adam Kadmon illumina la mia mente”.
  7. “Sei come un vaccino che non causa l’autismo: qualcosa di unico e irraggiungibile”.
  8. “A casa ho una collezione di libri della dottoressa Mereu, Adam Kadmon e sulla dieta alcalina: se vuoi te li posso far vedere”.
  9. “Per te andrei fino alla Luna, ma come sai fin’ora nessuno ci è riuscito. Io voglio essere il primo e lo farò per te”.
  10. “Quando ti vedo, mi manca la stabilità e mi verrebbe da cadere in modo controllato, come le Torri Gemelle”.

Ovviamente si lascia spazio alla fantasia e ad una buona sniffata di scie chimiche. Nel caso potete sempre consultare i libri di Adam Kadmon e la rivista di Mistero, gran fonte di tecniche di rimorchio.

Stefano Migliorati

Einstein fa surf

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Pietoso fotomontaggio, ma avevo ancora dello spazio-tempo da sprecare.

Mi sembrava ingiusto sentire tanti inesperti e non del settore cimentarsi nel tipico atto di “fangirlismo” nei confronti di un’altra conquista nell’ambito della fisica. Dunque mi voglio aggiungere alla fila.

Il 14 settembre 2015, in un paio di posti negli States distanti qualche centinaio di chilometri l’uno dall’altro, due aggeggi lunghi 4 km -no, non c’era nessun superdotato nei dintorni, evitiamo battute- hanno ricevuto un segnale. I fisici di tutto il mondo hanno studiato questo segnale per diversi mesi. L’11 febbraio 2016 cinque di questi fisici (tra cui quel gran pezzo di figo di Kip Thorne, divenuto famoso al pubblico dopo la sua collaborazione con Nolan per realizzare Interstellar) hanno tenuto una conferenza stampa. Le prime parole sono state:

“Ladies and gentlemen, we…have…found gravitational waves! We did it!”

Se queste non sono le esatte parole, erano simili. Comunque vedere un fisico dare accenni di emozione, gioia e esultanza è uno spettacolo meraviglioso, lo consiglio.
Il punto è che quel segnale, proveniente da distanze impensabili -e giunti a noi solo ora- era quello di un urlo cosmico che diceva: “Albert Einstein, l’hai azzeccata ancora!”.

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Torniamo infatti indietro nel tempo: nel 1915, a 10 anni di distanza dalla teoria della relatività ristretta e dalla spiegazione dell’effetto fotoelettrico (che gli valse il Nobel), termina e pubblica una delle teorie che stanno alla base della fisica del secolo scorso, del nostro secolo e probabilmente nel prossimo: la teoria della relatività generale.
Non abbiate paura, so che sembra una cosa talmente lontana dalla quotidianità da incutere timore ai non iniziati (anche io sono un non iniziato, sappiatelo) ma piuttosto siate curiosi e chiedetevi “Che dice ‘sta teoria?”. Diciamo che concettualmente e detto in modo superficiale è semplice (ma va?!). Con la relatività ristretta ci si era sbarazzati dei concetti assoluti di tempo e spazio e quindi da uno spazio “rigido” siamo passati ad uno “spazio” elastico. Il termine spazio è tra virgolette perché non si tratta più del solo spazio, bensì del famigerato spazio-tempo (o anche detto spazio di Minkowski). Ora starete pensando a Star Trek e cavolate simili (IO LO SO!) ma liberatevi dalla fantascienza e sappiate che è tutto realmente reale. Lo spazio-tempo altro non è che lo stesso spazio che avevamo prima (non è che le cose all’improvviso cambiano!) ma a cui si aggiunge una considerazione: le dimensioni spaziali sono legate in modo indissolubile alla dimensione temporale.
Tutto ciò in realtà è la conseguenza di un piccolo e semplice principio introdotto da Einstein e Poincarè (ricordiamoci anche di questo personaggio, perché la teoria l’hanno elaborata praticamente in contemporanea) che afferma:

“In qualsiasi sistema di riferimento inerziale [ovvero in cui si hanno moti rettilinei con velocità costanti, niente accelerazioni permesse!] la luce ha velocità costante.”

La velocità della luce ovviamente dipende dal mezzo considerato. Nel vuoto (e approssimativamente nell’aria) viaggia a una velocità c=300000 km/s, cioè farebbe una cosa come 7 volte il giro della Terra in un solo secondo. Questo semplice principio (detto principio di relatività di costanza della velocità della luce) porta ad una serie di conseguenze che qui non trattiamo (sono tante e ci sarebbe bisogno di un’analisi un po’ più matematica che non è il mio scopo qui!). La cosa che resta di fondamentale importanza è che lo spazio assoluto e il tempo assoluto diventano uno spazio-tempo elastico. Tenete a mente questo.

Dopo altri 10 anni di duro lavoro ed errori (eh sì, sbagliava anche lui), Einstein elabora una generalizzazione di quel che aveva fatto nel 1905: vuole estendere i suoi concetti anche in presenza di moti accelerati e più precisamente si dedica alla forza di gravitazione. Infatti già si era capito che doveva essere una forza di tipo “inerziale”, ovvero forze che erano dovute all’assunzione di un punto di vista particolare e dunque ciò significava che esisteva un sistema di riferimento in cui queste forze sparivano. L’intuizione di Einstein consiste nel prendere come sistema di riferimento quello in caduta libera e…puff! La gravità scompare magicamente!
Ovviamente va poso tutto ciò in modo matematico e fisico, dunque tanti calcoli dopo si ottiene la seguente equazione:

R_{\mu \nu} - {1 \over 2} g_{\mu \nu} R + \Lambda g_{\mu \nu} = \frac{8  \pi G}{c^4} T_{\mu \nu}.

Non dovete saperla interpretare (anche perché non so nemmeno io cosa significhi ogni singolo simbolo e non potrei aiutarvi) vi basti sapere che questa legge lega la curvatura dello spazio-tempo con l’energia (o sarebbe meglio dire il tensore energia) presenti in un certo punto di questo spazio-tempo. In particolare, come può essere magari intuibile, maggiore è l’energia concentrata in un certo punto, maggiore è la curvatura.
Dalla relatività ristretta (altra cosa importante che ho dimenticato di scrivere prima) si ha anche un’interessante relazione, forse la più famosa nella storia delle formule nel campo scientifico: E=mc², ovvero un corpo massivo possiede energia (detta energia di massa o energia a riposo) per il solo fatto di avere una massa Dobbiamo fare però un paio di precisazioni su questa apparentemente semplice legge. La prima riguarda il fatto che in realtà l’ho scritta sbagliata: la forma corretta è E=mγc², dove la lettera greca gamma indica il fattore di Lorentz, dipendente dalla velocità del sistema di riferimento considerato. Questa è l’energia meccanica di una particella di massa a riposo m, ovvero la somma tra la sua energia cinetica (quella che possiede per avere una velocità v) e quella di massa. Dunque la vera energia di massa della particella si ricava da delle approssimazioni (chiamate sviluppi di Taylor). Poco importa, abbiamo quel che ci serve per dire dunque che una massa comporta un’energia anche se ferma. Ciò significa che una massa può curvare lo spazio-tempo. Diciamo che per curvarlo però le masse devono essere particolarmente elevate (cose come pianeti, stelle,…). Sì, anche io in realtà provoco la mia curvatura nello spazio tempo ma impercettibile (visti i miei 62 kg).

Ora immaginatevi una massa che si muove in questo spazio tempo elastico. Anzi, immaginiamocelo fluido. Ecco, siamo su un motoscafo e percorriamo il lago di Iseo che è diventato un lago non fatto di acqua ma di spazio-tempo (sarà forse l’opera di Christo quella su cui stiamo passando col motoscafo?Sapete, tessuto spazio-temporale…va be’, lasciamo stare).
Guardate i lati del motoscafo ora: cosa osservereste? Onde. Più precisamente se state viaggiando in linea retta le onde saranno rettilinee.
Ora viaggiando sul mio bel motoscafo incontro proveniente dalla parte opposta Andrea Sertwenty, che è possessore di un motoscafo un po’ più grande del mio (perché deve sempre fare lo spaccone). Allora continuiamo a viaggiare l’uno contro l’altro fino a passare l’uno a fianco dell’altro. Ma siamo dei pazzoidi pazzerelli, e dunque ci mettiamo a girare intorno ad un punto tra i nostri due motoscafi e vorticosamente ci avviciniamo l’uno all’altro. Attorno a noi si formano delle onde “a spirale” e man mano che ci avviciniamo diventano circolari. Ad un certo punto i nostri motoscafi…si fondono insieme, formando un motoscafo più grande (forse in questo modo riusciamo a rimorchiare finalmente). L’energia dello schianto libera onde particolarmente forti.

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Grafico che spiega cos’è accaduto a distanza di 1.3 miliardi di anni-luce circa. Manco la constatazione amichevole.

Ecco, questo è all’incirca quello che è accaduto alla distanza di circa 1.3 miliardi di anni-luce. Solo che non erano motoscafi, non era il lago di Iseo ma erano due buchi neri ed era lo spazio-tempo reale. In particolare è stata la prima fusione di buchi neri che siamo riusciti a osservare, dimostrando così l’esistenza di questo fenomeno. Ma, in particolare, è stata verificata sperimentalmente un’altra previsione (tra le tante) derivanti dall’equazione di campo prima scritta: le onde gravitazionali, ovvero perturbazioni dello spazio-tempo dovute al movimento di enormi masse. Perché enormi masse? Come abbiamo detto prima, le masse necessarie per curvare lo spazio-tempo sono parecchio elevate. Quelle necessarie per osservare le onde gravitazionali sono ancora più elevate.
Ma cosa accade quando la Terra viene a contatto con le onde gravitazionali?
Basta aver presente cos’è un’onda: l’alternarsi di compressioni e decompressioni del mezzo che sta oscillando. In questo caso il mezzo è lo spazio. Dunque vuol dire che lo spazio si sta accorciando e allungando. La Terra, sotto l’effetto delle onde gravitazionali dunque, aumenta e diminuisce di lunghezza. Ovviamente non ce ne potremmo accorgere con un metro (a parte per le lunghezze infinitesime) perché saremmo anche noi e lo strumento di misura soggetti a tali compressioni e decompressioni, dunque le misure risulterebbero comunque uguali. Dicevamo inoltre che queste compressioni che abbiamo subite sono infinitesime. Parliamo di frazioni del diametro del protone su lunghezze di 4 km. Mica briciole: meno delle briciole!

Questo penso è quello che mi sentivo in dovere di dire a voi. Sicuramente manca qualcosa, sicuramente la spiegazione non comprende tutto ma i fondamenti per far i fighi quando siete ubriachi e parlate agli amici di onde gravitazionali li avete.
Lasciamo perdere tutti i commenti negativi e cazzari che sono stati fatti a riguardo, sappiamo com’è messa la cultura scientifica in Italia.

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I 10 peggiori commenti sulle onde gravitazionali

Bisognerebbe essere meravigliati di questa nuova scoperta che permetterà di osservare l’universo in cui viviamo sotto un’altra nuova angolazione e ci permetterà di scoprire chissà quali altre nuove cose. Le applicazioni sono molte e mi piacerebbe dirvi alcune di queste (come il motore a curvatura che mi farà evitare i treni) ma vedere la scienza come l’intermezzo tra tecnologie utilizzabili da un pubblico che non apprezza ciò che c’è dietro mi pare un abominio. Perciò guardate, ascoltate il cielo e state zitti: quel che sarà, sarà.

 

Stefano Migliorati

R.I.P (parte 2)

720x405-GettyImages-57367217Tanto più un artista è grande tanto più diventa difficile parlarne, analizzarne l’opera, formulare un ricordo. E poi che bisogno c’è di “ricordare” uno come David Bowie, veramente qualcuno può pensare che la sua persona, le sue opere corrano il rischio dell’oblio? Chiunque ami la musica ha una sua canzone dentro, un album, un’immagine, un ricordo, un tuffo al cuore. L’immagine…pochi sono riusciti come lui a comprenderne sino in fondo le potenzialità, lo slancio verso il cambiamento, sempre con quel desiderio quasi spasmodico di non farsi ingabbiare da niente e nessuno a costo di distruggere ciò che faticosamente si è creato, pronto poi a ripartire nuovamente verso terre e pianeti nuovi. Immagine strumento di marketing si, ma soprattutto citazione (spesso) colta, strumento di provocazione, di slancio verso il nuovo, ariete contro stereotipi vecchi e polverosi, spalla a sostenere nuove istanze, nuove richieste di libertà. Il rapporto col proprio corpo vissuto senza falsi pudori, in modo coraggioso, sfrontato e, a differenza di altri, mai pacchiano. E una volta raggiunto l’obbiettivo, quella grande capacità di cambiare, di non farsi ingabbiare in comodi e redditizi clichè, il cambiamento come linfa vitale. Ogni sua cover meriterebbe una menzione, un racconto, ma mi limiterò a quelle che mi sono più care, a partire da quella di “The man Who Sold The World” (1970) con quell’immagine sessualmente ambigua e decadente.

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Non piacerà quello scatto alla RCA che la sostituirà, nella ristampa per il mercato europeo, con uno  di Brian Ward, bello sin che volete, ma lontano anni luce dalle intenzioni di Bowie che intendeva con lo scatto originale “citare” lo stile del pittore preraffaellita Dante Gabriel Rossetti.

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Curiosamente questo album uscirà con una cover differente per il mercato americano, per il quale verrà utilizzato il lavoro dello scrittore e disegnatore Michael Weller, un disegno con in primo piano un cowboy ispirato a John Wayne e sullo sfondo il Cane Hill Hospital, l’ospedale dove il fratello di David, Terry, trascorrerà la maggior parte della vita.

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Per il mercato tedesco la Mercury optò invece per una fold out cover con un disegno che definire bizzarro è poco.

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Un personaggio molto vicino a Bowie in quel periodo è Freddie Burretti, giovane designer di moda e sarto, conosciuto da David e dalla moglie Angela a El Sombrero, una discoteca gay molto trendy in quegli anni; Burretti realizzerà diversi costumi per Ziggy Stardust e per altre successive incarnazioni  dell’artista inglese.

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Greta Garbo sarà una chiara fonte di ispirazione per la cover del successivo “Hunky Dory” (1971), album seminale che verrà pubblicato, finalmente, in tutto il mondo col medesimo artwork.

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“Ziggy Stardust (The rise and fall of… and the Spiders from Mars)” (1972), la storia dell’alieno sceso sulla terra, lo consacrerà a rockstar, giusto il tempo perché lui stesso ne annunci il “suicidio artistico” durante un memorabile concerto all’Hammersmith Odeon davanti ad una platea di ragazzine in lacrime. Altra cover indimenticabile, con una citazione “cinematografica”, Bowie e gli Spiders ritratti nella busta interna in stile Arancia Meccanica.

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Rinascerà poco dopo nei panni dell’Aladino Pazzo (1973),

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fotografato da Brian Duffy e con l’ennesima citazione, nella cover interna, di un precedente scatto realizzato dallo stesso Duffy per il calendario Pirelli del 1973.

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In una delle canzoni dell’album Bowie nomina la modella Twiggy (Twig the wonderkid in Drive in Saturday), creando così un link che li porterà a posare insieme per la rivista Vogue in una serie di scatti realizzati dal fotografo Justin De Villeneuve. Lo scatto prescelto avrebbe dovuto rappresentare un novità assoluta nella storia della rivista di moda inglese, vale a dire la prima volta di un maschio in copertina; bastarono però alcune esitazioni in proposito da parte della redazione perché Bowie prendesse la palla al balzo chiedendo a De Villeneuve di poterlo utilizzare come cover del nuovo album “Pinups” (1973) (tradotto letteralmente “da appendere”, quasi volesse essere considerato una sorta di icona da appendere al muro, al pari delle tante famose sex symbols dei decenni precedenti).

PinUps

La collaborazione con l’artista belga Guy Peelaert non stupì più di tanto, vista anche l’attenzione che quest’ultimo aveva dedicato al rock negli ultimi anni. La cover di “Diamond Dogs” (1974) venne immediatamente ritirata dal mercato a causa dei genitali del Bowie/Cane giudicati sconvenienti e cancellati nelle edizioni successive.

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E’ un album apocalittico e l’artwork non è da meno, provocatorio, inquietante pieno di citazioni, come quelle che ispireranno la postura di Bowie (Josephine Baker) o le creature alle sue spalle (Alzoria Lewis e Johanna Dickens).

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I settanta si avviano alla seconda metà e per David Bowie è già tempo di andare oltre…il sottile duca bianco è alle porte, anticipato dal raffinato dandy di “Live at Tower Philadelphia” (1974)  e “Young Americans” (1975), sbocciato poi in “Station To Station” (1976).   DavidliveYoung_americans

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La direzione musicale è ormai lontana dal glam di pochi anni prima, le scelte sempre più innovative  e personali, quelle scelte grazie alle quali ci consegnerà la splendida trilogia berlinese composta da “Low” (1977), “Heroes” (1977) e “Lodger” (1979).

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Author Box paolo

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